13 novembre 2008

Insulti

Ho votato la sinistra e mi sono sentito dare del "coglione", penso che definire Obama "abbronzato" non sia una carineria e, di conseguenza, mi sento dare dell'"idiota".
Poi però se do del "testa di cazzo" a un certo nano rischio di beccarmi una querela per diffamazione...

P.S. 27-05-2011: la musica non cambia... ora sono uno senza cervello

11 novembre 2008

Grigiore

Dopo mesi in questo ufficio ho scoperto che le veneziane all'interno dei doppi vetri delle finestre alla mia destra possono essere sollevate.
Fino ad ora cercavo di orientarle in modo che filtrassero meno luce possibile, ma ora, finalmente, posso guardare fuori senza l'effetto sbarre di galera orizzontali.
Peccato per la giornata, il cielo è grigio e pesante e non mi riesce di immaginare nulla che potrebbe renderla più piacevole (come un caminetto per quando nevica, mari cristallini per le belle giornate estive o le gocce sul vetro quando piove).
Il traffico nella piazza sottostante scorre lento, sembra impigrito.
A sinistra c'e' tutto l'open-space, colleghi e superiori, illuminati dai neon, lavorano con espressioni ancora più plumbee della giornata.
Ora, però, posso guardare fuori, volgere lo sguardo verso il cielo, all'infinito. Dietro alle nuvole c'e' il sole, lo so, ne sono certo.

6 ottobre 2008

Sincerità

C'è bisogno di indossare maschere se non perchè ciò che vi si cela sotto non è bello come si vorrebbe credere o far credere?
La persona sincera non è necessariamente una stupida che dice sempre la verità a costo di rimetterci.
Una persona può essere talmente saggia da evitare di dover dissimulare la verità semplicemente facendo in modo di non aver nulla da nascondere.
Se, nonostante la propria onestà, per cautelarsi o per affrontare ad armi pari un bugiardo, una persona è costretta alla menzogna farebbe bene a riconsiderare le proprie frequentazioni.
A volte si tende a credere a più a ciò di cui abbiamo bisogno che all'evidente realtà. In questi casi si tende ad accettare una menzogna (nostra o di un altro) che ci illuda, almeno per un attimo, di essere al di fuori della situazione che ci affligge.
Alla lunga questa situazione illusoria, non combaciando con riscontri reali, ci provoca una sofferenza di cui scegliamo di ignorare (pur di non affrontare la verità) la reale provenienza (e spesso persino l'esistenza) e, di conseguenza, non abbiamo modo di combatterla.

25 luglio 2008

Canzoni longeve


Cambiano le mode, tempi, i mezzi a disposizione e (con essi) il modo di fare musica.
Ad esempio, l'uso dei microfoni ha dato il via a nuove tecniche di canto (musica leggera), analogamente gli amplificatori hanno portato alla ribalta strumenti come la chitarra (un tempo poco considerata per lo scarso volume di suono emesso), così come i sintetizzatori elettronici, hanno soppiantato molti strumenti.
Anche il nostro modo di vivere influenza il modo di fare musica, ed esempio il ritmo (80 battiti al minuto) delle ballate western ricorda il ritmo del passo del cavallo, i ritmi più complessi del reggae riportano alla mente i suoni più articolati della natura delle foreste tropicali.
Considerare, però, i generi di musica come cose totalmente differenti è un po’ come considerare una mucca nera come l’opposto di una mucca bianca. Le regole fondamentali della musica, infatti, sono rimaste invariate nel secoli, la scala è sempre pentatonica (divisa in 12 note, per intenderci, i 7 tasti bianchi e 5 neri del pianoforte).
Quello che cambia sostanzialmente, quindi ,sono gli arrangiamenti, la ritmica ed alcune modulazioni.
A conferma di tutto ciò vorrei parlarvi di alcune canzoni che, sia pur con vari riarrangiamenti sono sopravissute alle mode e ai tempi.
John Barleycorn (must die)’, uno splendido brano riproposto dai Traffic nel 1970 ed utilizzato da Gabriele Salvatores come colonna sonora nel film ‘Nirvana’ nel 1997 nasce, in realtà, come brano folk inglese attorno al 1400 e si contano innumerevoli riedizioni e rielaborazioni nel corso dei secoli.
Scarborugh Fair’, famosa la versione cantata da Simon & Garfunkel nel 1965, deriva, anch’essa dopo varie rivisitazioni, da una ballata scozzese del tardo 1600. Ancora oggi è un brano molto noto ed ascoltato.
The House of the Rising Sun’ è tratto da una ballata medioevale trasformata, nel tempo, in blues e portata alla ribalta dagli Animals nel 1964. Di questa canzone è interessante notare come la traduzione (perbenista) italiana scritta da Pallavicini e Mogol (‘La Casa del Sole’ catata da I Bisonti 1967) discosti interamente dal tema originale (in cui si parla di una casa chiusa) diventando una canzone che parla di amore.
Molto più fedele la traduzione di De Andrè nella sua versione della canzone ‘Geordie’, ballata britannica del 1500, anche se viene censurato (solito moralismo) il pezzo in cui la fanciulla offre i suoi tre figli (uno ancora in gestazione) in cambio della vita dell’amato. Di questa canzone segnalo una favolosa interpretazione di Joan Baez.
Anche se molto più giovane, è degna di nota per la sua evoluzione ‘Knock on Wood’ scritta da Eddie Floyd e Steve Cropper nel 1967, riproposta con successo da Otis Redding(1967), Wilson Picket, David Bowie(1974), Amii Stewart(1978) ed Eric Clapton(1985).

12 maggio 2008

Grazie Alpini!

Si può discutere sul fatto che una guerra possa essere giusta o meno, o che lo sia il concetto in generale.
Si dice che sia beato il paese che non ha bisogno di eroi.
Sta di fatto che l'Italia d'eroi ne ha avuto bisogno e che le guerre hanno esatto sacrifici, fino a quello estremo della vita, da uomini che non le hanno combattute per interessi personali.
C'è, tuttora, chi combatte la sofferenza, con opere bene, anche quando non ne è colpito personalmente e non sarebbe tenuto a farlo.
Molti Alpini sono (o purtroppo sono stati) tra queste persone.
Ieri, da alpino, all'adunata nazionale di Bassano Del Grappa non sono riuscito a trattenere le lacrime per una delle emozioni tra le più profonde che ho mai provato.
Sfilando in mezzo alle persone, vedevo gente che era lì da ore e non si stancava di applaudire al nostro passaggio, di ricordarci che ci voleva bene. Più camminavo, meno sentivo la stanchezza e il caldo arrivando a sperare che l'arrivo fosse sempre più distante.
Inizialmente pensavo di non meritare di trovarmi lì (io il servizio militare neanche volevo farlo e non sono ancora iscritto all'A.N.A), poi ho realizzato che il vero onore, indossando il cappello con la penna, era quello di rappresentare un concetto, come l'essere Alpino (Alpinità), reso grande da moltissime persone.
Ho dedicato ogni passo che facevo, ogni applauso che ricevevo e ricambiavo, ogni ringraziamento, ogni emozione, a queste grandi persone (alcune conosciute, altre solo immaginate).
Questo è un piccolo blog letto da pochi e certi eventi avrebbero meritato spazi più in vista sui giornali (oggi non ho trovato traccia dell'evento sui siti dei maggiori quotidiani).
In questo spazio però posso (e voglio) ringraziare tutte le persone presenti, Alpini di fatto o Alpini nel cuore.
Grazie a chi ha applaudito, a chi ha sorriso, ai bambini che osservavo divertiti, grazie alla signora che mi ha accolto nel suo giardino e mi ha ricucito il cappello pungendosi il dito, ma dandomi, così, la possibilità di sfilare a testa alta come la situazione richiedeva.
Soprattutto, "Grazie Alpini".

6 maggio 2008

... e la Birmania? (reprise)

Cosa è successo in Birmania? Prima ha suscitato un clamore mediatico il fatto che una dittatura militare, appoggiata da Cina e Russia, ammazzasse monaci e poveracci.
I malcapitati avevano come unica colpa quella di protestare contro la fame conseguente alla svendita delle risorse alle nazioni finanziatrici del governo.
Poi silenzio ... silenzio ... silenzio, ce ne stavamo quasi dimenticando.
Il ricatto mediatico alla Cina si è spostato verso la questione Tibet-Olimpiadi.
Ora 27 mila morti, tutti in un colpo, riportano la Birmania alla ribalta della cronaca e costringono il regime attuale ad accettare l'intervento "umanitario" degli stati che gli si opponevano.
In questo modo chi presagiva che gli U.S.A. avrebbero portato la loro ricetta di "democrazia all'uranio impoverito" è stato smentito: hanno gia ottenuto quello che volevano.
Se esprimessi le mie opinioni rischierei di passere per cospirazionista paranoico, lascio quindi al lettore la libertà di informarsi e farsi un'idea propria.

P.S. qualcuno ha mai sentito parlare del progetto H.A.A.R.P?

23 aprile 2008

Siamo cio che ...

Si discute da tempo se l'uomo sia ciò che mangia piuttosto di ciò che indossa.
E' vero che rigeneriamo cellule e mutiamo grazie a ciò che ingeriamo, è anche vero che il nostro modo di vestire denota spesso il nostro modo di essere.
Io penso che vi sia un modo di essere, ai nostri giorni, che comprende i primi due ed anche altro.
Guardiamo la TV e diventiamo ipocriti buonisti come la De Filippi, decelebrati al punto di commuoverci per un riappacificamento tra due deficienti dimenticandoci che i problemi veri sono altri.
Vestiamo Nike perché lo fanno i campioni ignorando che sono prodotti dello sfruttamento minorile.
Indossiamo diamanti che sono pubblicizzati con un "per sempre", senza considerare che, a causa della lotta per sfruttamento delle miniere di diamnte, per uomini e bambini soldato liberiani, le mani e la vita sono durati (di contro) "per troppo poco".
Beviamo la Coca Cola che ci spacca lo stomaco e che è costata la vita ai sindacalisti colombiani che protestavano per le condizioni inumane a cui i lavoratori che la producono sono sottoposti.
Mangiamo polli allevati in condizioni terribili e gonfiati con estrogeni solo perchè la Clerici e Bigazzi ci dicono (durante la prova del cuoco) che la carne bianca, quando c'e' bisogno di incrementarne le vendite, fa bene.
Compriamo mozzarelle alla diossina perchè Gianni Riotta da più risalto alla menzogna che non vi sia da temere (grazie ai controlli, a suo dire, efficentissimi) piuttosto che al fatto che veniamo avveleneti di giorno in giorno.
Accettiamo senza ragionare tutto ciò che ci dice la TV rendendoci complici delle peggiori nefandezze.
Insomma l'uomo è ciò che guarda alla televisione: un essere ipocrita buonista, vestito del sudore dei bambini, che beve il sangue dei poveri, imbellettato di trofei di mutilazione e morte, gonfio di estrogeni, OGM e diossina, del tutto incapace di decidere con la propria testa.
E' questo che vogliamo essere? Pensiamoci la prossima volta che proviamo l'impulso di rovinarci la serata (e la mente) guardando la TV.

15 aprile 2008

Rotta verso il papocchio di centro

La farsa delle elezioni segna un'altro duro colpo per la democrazia.
Non mi riferisco al vincintore, quello si sapeva che avrebbe vinto, e poi anche se fosse toccato a quell'altro avrebbe fatto poca differenza (certo avrei preferito il PD solamente per una questione di stile).
Ciò che, invece, è veramente grave è la scomparsa dei partiti di destra e sinistra.
Tutti ne gioiscono, quelli di centrosinistra sono contenti che non vi siano più i "fascisti" in parlamento e che non vi siano più i "comuinisti" a portare via voti utili allo schieramento forte.
Stesso ragionamento a partiti invertiti per il centrodestra.
Questi partiti non godevano di ottima salute, anzi, ormai erano malati terminali contagiosissimi da tenere alla larga, ma ora si è riuscito a fare in modo che gli italiani, rassegnati, vedano la loro fine come una cosa positiva e sensata.
Ovviamente questo grazie ai dirigenti di quelle correnti politiche che, intenzionalmente, si sono scavati la fossa ad arte.
E' da tempo infatti che questi partiti non facevano altro che agire da disturbo ma, quanto meno, a volte, accettando decisioni contro la loro filosofia politica, costringevano le persone a qualche minuto di ragionamento (risultando quindi scomodi a chi detiene il vero potere).
Ora la nostra democrazia, il nostro diritto di scelta, sono rappresentati da due papocchi di centro non dissimili e complici tra loro che non fanno altro che raccogliere consensi fingendo di opporsi alle malefatte dell'altro.
Non sono dissimili nemmeno nella sigla ed il corriere ne ha anche invertito la posizione nei grafici posizionando i dati del PD a destra e quelli del PDL a sinistra.
Ci spacciano tutto questo come utile alla governabilità del paese da parte di un partito forte, ma anche il dispotismo non è una forma di governo forte?
Quello che ci spacciano per un governo forte è, in realtà, una coalizione di due partiti che non sono nuovi alla lite.
Situazione creata ad arte per avere, in caso fosse necessario un repentino cambio di rotta, la possibilità di fare cadere il governo e sostituirlo con uno più adeguato (non certo agli interessi dei cittadini).
...
Ma una buona notizia c'è: aumenta l'astensionismo. Non un astensionismo di disenteresse ma quello di protesta. Un silenzio che urla di smetterla di prendenderci per stupidi.

9 aprile 2008

Augh Senatur!

Quando l'ultima fiamma sarà spenta, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce catturato, solo allora capirete che non si può mangiare denaro.

Tatanka Yotanka (Toro Seduto)

Non è mia abitudine commentare le manfrine politiche riguardanti le campagne elettorali.
Quando, però, la sceneggiata sconfina dall'ambito politico e risulta offensiva nei confronti di argomenti a cui tengo particolarmente, mi diventa difficile tacere.
Mi riferisco a quel manifesto che compare in strada, in tv e su internet recante un disegno di un nativo americano impiumato a modo di capo tribù accompagnato dallo slogan: "Loro non hanno potuto mettere regole all'immigrazione ora vivono nelle riserve! Pensaci".
Faccio notare che gli ignoranti xenofobi razzisti che si sentono rappresentati da un tale manifesto non possono minimamante identificarsi in culture così civili nei confronti del rispetto per la vita (anche quella dei forestieri).
La cosa di cui dovrebbero maggiormente rendersi conto è che quello che hanno subito i nativi americani è definibile come colonizzazione o conquista ma, assolutamente, non come immigrazione.
Gente piu ricca, con mezzi e industrie belliche all'avaguardia (per i tempi) ha sottomesso con la forza popoli tecnologicamente inferiori.
Si parla spesso, infatti, di conquistatori spagnoli o coloni inglesi e mai, ad esempio, di cowboy immigrati.
Se proprio vogliono cimentarsi in esempi calzanti di immigrazione dovrebbero fare riferimento agli italiani che, in America o in Germania, lavoravano sacrificando salute e, spesso, la vita per un pezzo di pane e due scarpate nel culo.

Svegliatevi gente! Se un giorno saremo costretti a vivere nelle baracche non sarà colpa degli immigrati ma delle banche centrali che, detenendo incostituzionalmente la sovranità sulla nostra moneta (grazie alla complicità dei politici), speculando sull'economia ci stanno portando via anche la casa!

In memoria di un'amica, Nakomah.

25 marzo 2008

Arte moderna

Guillermo Habacuc Vargas, un sedicente artista, ha legato un cane randagio e lo ha lasciato morire di fame definendolo un opera d'arte.
Che cattivo il signor Guillermo, davvero cattivo!
Ora siamo tutti indignati, vorremmo la sua testa sul patibolo e abbiamo firmato petizioni.
Deve essere davvero grosso questo signore per essersi opposto a tutta quella gente che, incurante del pericolo personale, ha cercato di nutrire il cane, quando ancora era possibile.
Il vero problema è che, definendo quella crudeltà un opera d'arte, dobbiamo definire il Ruanda come la più bella delle 7 meraviglie.
Solo che lì a morire sono i bambini, le catene (quelle del debito internazionale) non si vedono e nemmeno si nota chi siano gli "artisti" autori del "capolavoro".
Se poi vogliamo evitare di essere definiti filantropi e preferiamo la dicitura d'animalisti (tanto per differenziare la nostra indignazione da quella della comune massa appartenete al genere umano) possiamo ammirare opere ineguagliabili come i naufragi delle petroliere o (senza andare poi tanto distante) le pecore morte per la diossina delle discariche abusive nel sud italia (guarda "sciur Brambilla" che li, a suo tempo, ci hanno portato anche i tuoi di rifiuti).
Allora, come valvola di sfogo, prendiamocela con il nostro "cattivo abbordabile" illuminato ad arte dai riflettori dei media.
Assolviamo invece capi di stato, mafiosi, petrolieri e, soprattutto, i grossi banchieri direttori di questi orchestrali.
Rigraziamoli per la loro abilità nel celare alle nostre coscienze i veri scempi.
Dobbiamo, per forza, farlo perchè mettere in discussione loro vorrebbe dire condannare il nostro stile di vita e, quindi, anche noi stessi.
E allora diciamo pure che le cose sono sempre state così e non possiamo farci nulla, esattamente come nessuno di noi ha preso un aereo per andare a nutrire quel cane perchè un cartello lo vietava.
Ognuno di noi potrebbe scrivere 30.000 post al giorno (uno per ogni bambino morto di fame) per essere un po' meno ipocrita.
Bene, io (solo per oggi) mi sono liberato di un trentamillesimo della mia ipocrisia.

11 marzo 2008

I panettieri

C'era una volta una coppia d'amici che vivevano entrambi in un paese in cui non si sapeva cosa fosse il pane.
Un giorno, durante un viaggio, ne assaggiarono pezzo e capirono quanto fosse buono, così decisero di imparare l'arte del panificatore e rendere disponibile nel loro paese questo cibo delizioso.
Dopo qualche tempo, passato da garzoni, tornarono al paese per aprire un loro forno.
Richiesero un prestito al direttore della banca che si mostrò interessato al progetto, ma propose loro di aprirne due anziché uno in modo da evitare un regime di monopolio (non accettabile per la legge) ed erogare un servizio migliore.
Ne discussero e convennero che sarebbe stata una buon'idea.
Nel paese vi era una via principale che lo attraversava per la sua lunghezza così decisero cha la giusta ubicazione delle botteghe sarebbe stata ad un quarto di strada da ognuna delle due estremità.
In questo modo, infatti, ogni persona avrebbe dovuto percorrere, al massimo, un quarto di via per recarsi al panificio più vicino.
All'inizio la richiesta di pane era maggiore di quanto ne potevano produrre e i due amici cercavano di aiutarsi a vicenda, poi, avviata l'attività, uno decise di ricorrere all'aiuto di un garzone e fu presto imitato dal secondo, poi i garzoni salirono a due per bottega e poi a tre.
A quel punto le botteghe sfornavano pane in eccesso.
Allora uno dei due amici pensò (anche grazie ai consigli del direttore della banca che si offrì di finanziare l'operazione) che trasferendo il negozio più verso il centro della via le persone che vivevano a metà strada avrebbero trovato più comodo acquistare da lui.
Sapeva che quelle dalla sua parte avrebbero dovuto adattarsi al cambiamento, ma lo avrebbero, in ogni modo, trovato vantaggioso rispetto a quello più lontano.
Sapeva anche che avrebbe avuto delle spese per farlo, ma grazie all'incremento di vendite, le avrebbe ammortizzate in breve tempo, ripagando, così, i debiti.
L'amico (anch'esso incoraggiato dal medesimo banchiere), capendo la situazione, per non perdere clienti, ricorse al medesimo espediente e si spostò maggiormente verso al centro della via.
Ovviamente il primo non ebbe il risultato desiderato e fu costretto ad un nuovo trasferimento per non trovarsi in una situazione di svantaggio.
Seguendo questa logica, presto entrambi aprirono le botteghe, affiancate, a metà della via a discapito delle persone che vivevano agli estremi che ora dovevano percorre metà del paese (il doppio rispetto all'inizio) e con poco vantaggio per chi si trovava al centro a cui due panetterie davano le stesse comodità di una sola, ma occupando più spazio.
A questo punto per contendersi i clienti furono costretti ad abbassare i prezzi così, anziché essere ripagati i debiti aumentarono giorno dopo giorno.
Per fare fronte alle spese furono costretti a ricorrere a vari trucchi del mestiere come cuocere di meno il pane in modo che conservasse più acqua (cosa poco salutare) e quindi avesse un peso superiore o ad utilizzare grano di peggiore qualità (cosa poco gradevole).
Ma ogni trucco adottato presto veniva scoperto dal rivale che lo imitava apportando a sua volta dei "miglioramenti" e alla lunga il consumo di pane, analogamente alla sua qualità, diminuì.
I debiti nel frattempo aumentavano e con loro gli interessi; cosi cominciarono a farsi la guerra, dapprima con metodi leciti anche se sleali (come rubarsi il personale facendo offerte migliori o aggiudicarsi tutta la farina sul mercato a costo di indebitarsi maggiormente), poi ricorrendo anche a sabotaggi sempre più complessi operati da parte di specialisti assoldati a sempre più caro prezzo.
Queste operazioni erano sempre finanziate dalla banca compiacente con entrambi.
Ne conseguì che il prezzo del pane aumentò contrariamente alla sua qualità.
Qualcuno nel frattempo imparò a fare il pane e cercò di fornire un servizio valido ai cittadini ma i panettieri, ormai esperti di concorrenza sleale, avvalendosi dell'aiuto del banchiere e dei sabotatori (ormai fissi sui loro libri paga) li facevano fallire in breve tempo per evitare nuova concorrenza.
I debiti dei panettieri erano giunti al punto di non permettere di pagare nemmeno gli interessi.
Fu così che il banchiere li richiamò entrambi e (in separata sede) face notare loro che le cose, come stavano, non andavano bene e che era molto preoccupato per il fatto che presto non sarebbero riusciti a fare fronte ai debiti contratti. Si disse costretto ad assumere il controllo della situazione, ed impose loro metodologie, fornitori e politiche dei prezzi assumendo, di fatto, il controllo totale d'entrambe le attività.
Nonostante il fatto che ora, senza più concorrenza, le panetterie rendessero molti soldi il debito non veniva mai estinto grazie al tasso di interesse sempre più alto.
I due amici si accorsero di essere stati raggirati, ma sapevano anche di non avere nulla di concreto per accusare il banchiere (che non violava, non possedendo ufficialmente le attività, nemmeno la legge sul monopolio).
Di contro loro erano ricattabili dal banchiere in quanto informato degli illeciti fatti in precedenza per combattersi. Anche l'astio che si era creato tra i due non avrebbe favorito una alleanza contro l'usurpatore.
Fu così che il banchiere assunse il monopolio del pane senza doversi nemmeno infarinare le mani ne dover rendere conto del costo e delle qualità del servizio agli utenti finali.


C'era una volta una coppia di amici che vivevano entrambi in un paese in cui non si sapeva cosa fosse la democrazia e che, su consiglio di un banchiere, crearono due partiti schierandone uno moderatamente a destra e l'altro moderatamente a sinistra…

...e la Birmania?

Cosa è successo in Birmania? Mi sono perso qualche notizia che diceva che la situazione si è ristabilizzata?
Quando è esploso il caso tutti ne parlavano e gli attestati di solidarietà spuntavano, sui blog, come funghi dopo la pioggia. Ora non se ne parla più.
Tutti avevano soluzioni da proporre, ognuno in nome della libertà e della democrazia e ora, che si sono spenti i riflettori, non importa più?
Vorrei chiedere ai monaci di piantarla di crepare in questo periodo perché le nostre coscienze sono già, al momento, impegnate a indignarsi per le dichiarazioni di Rosa Bazzi e per l'ultima nomination del grande fratello.
Cosa è successo in Birmania? Non lo so ma, in fondo, neanche mi ricordo dove sta la Birmania (mi sembra fosse qualche km a est di Erba).

7 marzo 2008

Arte, Mestiere e lavoro

Siamo sempre più poveri, ma non è (solo) un discorso economico, Stiamo perdendo l'immensa ricchezza rappresentata dall'arte.
La parola "lavoro" ha sostituito nel linguaggio quotidiano la parola "mestiere" e non è solo un caso gergale.

L'etimologia del termine lavoro riporta al latino labor che significa fatica.
In fisica definisce uno spostamento se tale spostamento non è chiuso (cioè ritorna al punto di partenza).
Ad esempio se si spinge contro un muro, naturalmente il muro non si sposta e, quindi, non si ha lavoro.
In altri termini determina il risultato utile di una forza applicata.

Mestiere deriva, anche esso, dal latino (ministerium).
In italiano indica servigio o officio ovvero l'esercizio di un ARTE meccanica, manuale o (anticamente) nobile qualora esercitata al solo fine di lucro.

Viene facile dedurre che la domanda "Che lavoro fai?" sottintenda il voler conoscere il genere di risultati prodotti dal dispendio di energie e tempo dell'interlocutore (spesso anche la posizione sociale che ne deriva).
La domanda "Che mestiere pratichi?", diversamente, dovrebbe riportare all'abilità (arte) di produrre eccellenti risultati del soggetto.

L'utilizzo sempre più frequente della parola "lavoro" a discapito di "mestiere" è sintomatico, quindi, di una società orientata sempre più al risultato funzionale a discapito dell'aspetto "artistico".

Il piccolo artigiano non fugge da queste logiche dovendo, per ragioni di costi, lesinare su tempi e materiali.

Anche l'artista, ormai, viene "declassato" a lavoratore.
Vi sono prassi da seguire sui modi e i tempi di produzione allo scopo di creare un prodotto "artistico" che segua certi canoni di vendibilità.
Allora ecco che nascono canzoni scritte quasi meccanincamente seguendo regole musicali (commerciali) di "orecchiabilità di massa"; cibi che hanno tutti lo stesso sapore (quello più vendibile); edifici costruiti nel modo più economico, cioè piegati ad esigenze di risparmio sui costi dei materiali e di sfruttamento degli spazi disponibili, sacrificando il confort e l'aspetto finale.

Molto viene ideato e creato (o meglio studiato e costruito) in base a ricerche di mercato e metodi produttivi che tendono ad ottenere il massimo profitto senza curarsi dell'effettiva validità del prodotto.
Pochi si occupano della felicità del fruitore cercando di offrirgli, unicamente, quel minimo necessario di soddisfazione (spesso illusoria) necessaria a non compromettere un eventuale rapporto futuro ma, allo stesso tempo, insufficiente a soddisfare il suo bisogno altre "soddisfazioni" del genere.

19 novembre 2007

Solito tran tran

Suona la sveglia, stavo sognando qualcosa di piacevole, ma non mi ricordo cosa.
Premo il tasto "postponi" sul telefonino e guadagno altri cinque minuti di sonno ma, esauriti questi, mi ritrovo allo stesso punto, solo che ora mi tocca fare più in fretta, ripeto l'operazione e ne dormo altri cinque.
Passo, come al solito, in rassegna varie scuse per potermi assentare da un lavoro che, ormai da tempo, non mi offre più motivazioni, ma senza esito, così mi alzo, mi lavo, mi vesto (in fretta, comincia a fare freddo) e scappo senza fare colazione.
Sono in strada, la periferia di Milano è grigia come il mio morale.
Sull'autobus sempre le stesse facce: ormai ho imparato a determinare se e quanto sono in ritardo basandomi unicamente sulle persone che sono con me sul quell'automezzo.
Si tratta prevalente di arabi e orientali, buona parte di loro puzza.
Sono in ritardo, mi preoccupo un attimo, poi realizzo che non possono ne licenziarmi per questo ne togliermi un premio che non mi hanno mai assegnato.
Mi guardo attorno. C'è una ragazza che non ho mai visto, mi piace.
Mi soffermo con lo sguardo sugli occhi scurissimi, sulla sua soffice chioma nera e poi osservo le labbra cosi ben definite e la gobbetta sul naso tipica di chi ha portato gli occhiali per molto tempo: davvero carina.
Lei parla al telefonino incurante della folla e sta seduta con le punte dei piedi convergenti, due cose che m'infastidiscono, ma che le "perdono" perché… forse perché ho bisogno di fare sesso e farmi meno menate, mi sento solo.
Arriva la mia fermata: c'è, come sempre, uno impalato davanti all'uscita che mi tocca aggirare a fatica, cercando (senza successo) di non toccarlo a causa delle sue condizioni poco igieniche.
Come da copione arrivo in ufficio ancora assonnato, è iniziata una giornata come tante con la sola particolarità che si tratta di un lunedì e ne ho altre quattro analoghe da affrontare prima del fine settimana. Sono stanco.

12 novembre 2007

Black out

Quando
si
esauriscono
gli
argomenti
validi
di
cui
parlare,
meglio
riflettere
in
silenzio
su
qualche
cosa
di
interessante
da
dire.



24 agosto 2007

Chitarrista da falò

Per timidezza, asma allergica, oppure per il fatto che argomenti come la teoria della relatività, o la statistica non siano tra i più popolari alla scuola media o, più semplicemente, grazie ad un’innata idiozia, capita che alcuni ragazzini possano trovarsi a dover affrontare lunghi pomeriggi solitari in casa senza amici.
Mentre buona parte dei soggetti in questione finisce con l'occupare il proprio tempo praticando autoerotismo ad oltranza (pensando alla più carina della classe verso la quale hanno una inenarrabile cotta), vi sono alcuni rari soggetti che vengono salvati da questa peccaminosa sorte grazie a qualche talento preservando, in questo modo, la propria vista.
Uno di questi talenti (forse il più temibile) è la predisposizione alla musica.
Ecco, allora, che il malcapitato si trova ad affrontare le seguenti fasi.
Fase del primo acquisto: In cui deve convincere i genitori a comprargli una chitarra, facendo promesse immantenibili (tipo studiare 7 ore al giorno per il resto della vita).
Fase del dolore: I polpastrelli del futuro Santana si riempiono di piaghe che nemmeno Maria Teresa avrebbe il coraggio di guardare.
Fase dell’odio: Il ragazzino molesto finisce per essere detestato dai vicini e, nei casi più sfigati, persino dai genitori per gli orrendi suoni che produce con quell’infernale strumento (a volte ricorrono anche ad un esorcista).
Fase del delirio romantico: In cui vede se stesso, dinnanzi ad un tramonto apocalittico, mentre suona la canzone più dolce del mondo alla più carina della classe seduta al suo fianco.
Fase del delirio d’onnipotenza: In cui il povero illuso immagina se stesso nell’atto di suonare su un palco davanti a tutte le più carine di tutte le classi che non hanno occhi che per lui.
Fase della disillusione: In cui il “talentuoso” comincia ad esibire la sua “arte” presso persone che, non essendo vecchi parenti, non hanno nessun dovere di fingere di apprezzarla col conseguente risultato di rendersi conto che la strada è ancora lunga.
Fase del secondo acquisto: In cui deve convincere i genitori a comprargli una chitarra degna di essere considerata tale (tali soggetti vengono riconosciuti facilmente da liutai e rivenditori in quanto proveranno tutte le chitarre suonando, male, “Stairway to Heaven” e “Wish You Were Here” e poi decideranno solo in base al fattore estetico).
Fase dell’incetta: (ora trascurabile grazie ad internet) in cui il novello Clapton fa razie di canzonieri, spartiti e fotocopie di testi e accordi dilapidando un capitale.
Fase di consolidamento: in cui tutto passa in secondo piano (anche la scuola) rispetto allo studio di testi e spariti.
Passate non senza traumi psicofisici permanenti, le fasi in questione, col giungere dell’estate, il soggetto è finalmente pronto a diventare uno degli esseri più sfigati esistenti sulla faccia della terra: “Il chitarrista da falò”.
Questo miserabile, ormai totalmente isolato dal resto del mondo, si prostituisce come chitarrista pur di poter partecipare anch’egli ai falò estivi in spiaggia e sentirsi parte (importante) del gruppo.
Egli deve suonare “Quella sua maglietta fina” (piccolo grande amore), “Le bionde trecce” (la canzone del sole) e “Caro amico ti scrivo” (l'anno che verrà, a ferragosto?!?!?) che gli vengono richieste alla nausea rinunciando ai pezzi dei Beatles che ama perchè “Qua sto tedesco non se lo ha imparato nessuno alle scuole!” (l'italiano invece si, vero?).
Nel momento in cui finalmente la ragazza che gli piaceva tanto gli chiede di suonare (per la quarta volta) “Margherita”, il tapino inizia a farlo solo per lei col cuore pieno di gioia ma, mentre osserva l’angelo dei suoi sogni con occhi pieni d’amore, nota che “quello che non sapeva il tedesco” sta allungano le mani con dita tentacolari sulle di lei natiche.
Pochi secondi dopo polipo e fanciulla spariscono sotto una barca capovolta e il chitarrista si consola con un pezzo di Bennato pensando, in questo modo, di vendicarsi non suonando nulla di romantico (come se, ormai, la cosa importasse ai due).
Come se ancora la pazienza dello sfigato non fosse già stata messa a dura prova, il trio delle tre racchie (sempre presente in queste occasioni) richiede all’unisono “Albachiara” per l’ottava volta.
L’istinto del “menestrello” è quello di improvvisare uno stornello di bestemmie prima di spaccare in testa alla più cozza la chitarra per buttarne i resti (sia dello strumento che della malcapitata) nel falò e andare dal polipo a garrotarlo col mi cantino.
Poi, realizzando che questa è la sua condanna per qualche orribile delitto commesso in qualche vita passata, con la sinistra prepara un accordo di DO maggiore, da una pennata con la destra e comincia: “Respiri piano per non far rumore…”

30 luglio 2007

Un vecchio, il cielo, i ciocchi e l'uovo

Una volta, viveva, poco fuori da un villaggio, un vecchio uomo che godeva della fama di saggio.
Un giovane contadino del paese, dubbioso su una decisione amorosa tra due spasimanti pensò di rivolgersi al vecchio per avere consiglio.
Si recò alla sua dimora a chiedere udienza, ma il vecchio, avendo alcune faccende impellenti da sbrigare, lo congedò dicendo che lo avrebbe ricevuto, con più calma, la sera seguente.
Il giovane allora si recò all'osteria e, per farsi vanto della considerazione ricevuta da una così importante persona, raccontò a buona parte degli altri avventori ed all'oste dell'appuntamento.
La voce si diffuse in fretta, molti per vanto (o per invidia) dissero di essere stati, anch'essi, invitati a partecipare e, come si sa, le voci passate di bocca in bocca divengono sempre più sensazionali ad ogni passaggio.
Fu così che, il giorno seguente, si era diffusa la voce, in tutto il paese e in quelli circostanti, che il saggio, quella sera, avrebbe rivelato grandi segreti sulle scelte d'amore.
Il giovane stesso si convinse di aver capito male e che, in effetti, il vecchio intendeva dirgli che nel discorso tenuto il giorno seguente avrebbe trovato la soluzione anche ai suoi problemi di cuore.
La sera, davanti alla casa del saggio si radunò una folla. Il giovane vergognandosi della sua, presunta, presunzione rimase più distante nascosto tra gli altri "ricercatori di saggezza".
Quando la porta del vecchio si aprì e lui ne uscì, il mormorio della folla si placò e tutti tesero le orecchie per sentire le sue parole.
Il saggio scrutò per qualche minuto in silenzio la folla, poi alzò, per qualche istante lo sguardo al cielo e si diresse verso la legnaia.
Poco dopo fu di ritorno con un uovo nella mano sinistra e due ciocchi di legno sotto il braccio destro.
Scrutò ancora qualche secondo la folla, poi, con un brusco movimento ruppe l'uovo contro uno dei ciocchi e torno in casa chiudendosi la porta alle spalle.
Subito la gente cominciò a parlare col vicino cercando di interpretare il messaggio del vecchio.
C'era chi diceva che il cielo rappresentava il destino, i ciocchi di legno rappresentavano gli innamorati e l'uovo il fragile concetto dell'amore.
Altri sostenevano che la donna era delicata come l'uovo se messa tra due contendenti rappresentati dai ciocchi e solo il cielo poteva salvarla.
C'era, ancora, chi affermava che i legni erano le scelte su cui l'uovo, che rappresentava la decisione dell'uomo, poteva infrangersi e sotto lo sguardo del cielo.
Altri paragonavano l'uovo alla fertilità e quindi sostenevano che il ciocco sporco d'uovo era la donna che serviva solo per procreare.
La discussione, nei giorni seguenti, fu fervente, favorita anche dal vino che la gente beveva, costretta dalla pioggia, nelle osterie.
Alcuni, specialmente chi era troppo lontano e non aveva potuto vedere bene o non era stata affatto presente e parlava per "sentito dire", arrivarono a sostenere, addirittura, che l'uovo si fosse materializzato dal nulla come per magia oppure che, nell'istante in cui il saggio aveva alzato lo sguardo, stesse passando una cometa o un carro volante con una donna alla guida.
Col passare dei giorni qualcuno si fece rappresentante di un'interpretazione piuttosto che di un'altra radunando, attorno a se, gruppi di seguaci.
Si formarono perfino dei gruppi che sostenevano che il fatto non fosse mai accaduto e che era tutta una cospirazione montata a regola d'arte per negare il diritto di amare da parte del sistema.
Le teorie con più seguaci si scissero in correnti diverse originando più gruppi.
I gruppi più piccoli cominciarono a stringere alleanze strategiche con altri, anche se avevano idee incompatibili, al solo scopo di sopravvivere a quelli piu grossi.
Presto in ogni paese presero piede diverse correnti d'idee e chi non era in accordo con l'interpretazione in vigore nel luogo fu invitato a trasferirsi in quello più consono alle sue teorie.
Nessuno riteneva opportuno scomodare nuovamente il vecchio per chiedere ulteriori spiegazioni riguardo un argomento che avevano tutti la presunzione di aver capito perfettamente.
Si era quasi giunti ad una guerra, quando un tale, un po' più saggio degli altri, stanco di non capire chi avesse ragione e chi torto, decise di recarsi dal vecchio per chiedere quale fosse la verità.
Si recò alla sua abitazione di nascosto dai vari "rappresentati d'interpretazioni" che gli vietavano di recare disturbo al vecchio, più che altro con l'intento di evitare che altre persone potessero formulare teorie più valide delle loro rubandogli così i seguaci.
Accomodatosi nella dimora, chiese la spiegazione delle azioni che il saggio (ignaro delle conseguenze) aveva compiuto.
L'anziano, allora, spiegò di essere uscito incuriosito dal rumore della folla, poi, avendo sentito il silenzio, di essersi adeguato alla situazione tacendo anche lui.
Continuò raccontando che, una volta fuori, ricordandosi dell'appuntamento preso il giorno prima, aveva cercato di scorgere tra la folla il suo ospite e che poi aveva osservato il cielo notando che le nuvole coprivano le stelle.
Capendo, da questo, che la notte avrebbe probabilmente piovuto, disse di aver deciso di portare della legna in casa per il camino e, passando davanti all'aia, di prendere l'unico uovo già deposto per averlo a colazione l'indomani senza dover infangarsi i piedi uscendo.
Spiegò, in fine, di essersi fermato davanti alla porta per vedere se, nel frattempo, l'ospite fosse giunto, ma, in quell'istante, il braccio destro ormai stanco stava per fare cadere il ciocco così, istintivamente, lo aveva fermato col sinistro, rompendo l'uovo.
L'uomo rimase deluso della banalità della spiegazione e quando tentò di raccontarlo agli altri non fu creduto o fu biasimato per aver trasgredito alla regola di non importunare il saggio e convinto a, quindi, a tacere la cosa.
Fu per questo che la guerra scoppiò veramente, durante una battaglia venne bruciata (non si sa se accidentalmente o meno) la capanna con dentro il saggio e di tale atto fu accusato l'uomo che sosteneva di averci parlato che fu ucciso nel tentativo di catturarlo.
Nessuno seppe mai la verità e tuttora non sappiamo perché ci stiamo scannando a vicenda.